mercoledì 5 dicembre 2012

REGALI DI NATALE : UN LIBRO DEDICATO A CHANEL

                                             
Per le amiche consiglio un libro di Claude DelayCOCO CHANEL”- genio-passione-solitudine. «La bellezza sta nelle cose semplici.» Coco Chanel . “La mia amicizia con Chanel è durata dieci anni, gli ultimi della sua vita. La sua intimità mi parve allora così rivelatrice che pubblicai di getto Chanel solitaire, i miei ricordi. Oggi torno a lei dopo un distacco di dieci anni. I numerosi libri e documenti pubblicati tracciano altri cammini, diversi dal mio. Nato alla fine della sua vita, il mio unico proposito è stato di ritrovare la sua storia, quella di una Chanel intima, il cui vissuto mi aveva fatto penetrare il segreto di un creatore al femminile e di un’inalterabile infanzia.  Una Chanel gloriosa, ma anche ferita, fragile. Questo libro è la storia di una donna “.Claude Delay. «Ho conosciuto Coco Chanel in Rue Cambon, sul finire della sua vita. Per caso, quel caso di cui lei aveva fatto la propria superstizione.  Entrò nel suo negozio, dove stavo scegliendo un foulard stringendo dei libri sotto il braccio. "Lei è fortunata ad avere il tempo di leggere", mi disse. "Io, invece, vivo come una prigioniera. Venga a fare colazione con me un giorno". Era così intensa, così accattivante sotto la sua paglietta dispotica, al fondo della scala aggrappata agli specchi, che indistintamente sentii su di lei gli effluvi del suo profumo e quelli, più proibiti, di una inalterabile adolescenza.» C.D. Vi ricordo che Chanel salutò per l’ultima volta la sua amica Claude Delay una domenica pomeriggio, sul marciapiede davanti all’Hotel Ritz, dove abitava a Parigi. Morì poche ore dopo, sola, nella sua stanza. Era il 10 gennaio 1971. E’ uscita in Italia ,  una nuova edizione rivista dall'Autrice, che ha così potuto correggere delle inesattezze apparse nella edizione originale e in quelle finora tradotte. Pubblicata la prima volta nel 1971, con lo pseudonimo di Claude Baillén, la biografia più intima e personale di Chanel è stata ampliata e ripubblicata dieci anni dopo.  È la biografia scritta da Claude Delay, l’amica più intima di Coco Chanel negli ultimi dieci anni di vita della grande stilista. Scrittrice e psicanalista, ne ha condiviso confessioni, ricordi, speranze, che in questo libro rievoca con una scrittura sapiente e attenta alle sfumature, alla ricerca della verità più profonda e nascosta dell’animo umano. Dalle sue pagine emerge il ritratto di una donna ambiziosa, inquieta, instancabile sul lavoro, preda di paure profonde e di passioni incontrollabili, ma soprattutto vittima di delusioni brucianti e di una solitudine che nessun amore né amicizia né trionfo riuscirono a cancellare. Il ritratto di Chanel scritto dalla Delay inizia così, «dalla fine», da un’intimità nata dieci anni prima nella boutique Chanel di rue Cambon, tra la grande signora della moda e una giovane cliente: una affinità divenuta nel tempo un’amicizia vera, quotidiana, senza segreti, cui Chanel si affidò con crescente fiducia raccontando di sé, delle ferite dell’infanzia, dei suoi abiti, dei successi e delle sconfitte. 

E, naturalmente, degli uomini della sua vita: il padre Albert, il grande e tragico amore Boy Capel, gli amanti famosi – il duca di Westminster, il granduca Dimitri Romanov, Pierre Reverdy, Paul Iribe –, gli amici celebri, come Djagilev, Picasso, Misia Sert, Cocteau, Colette... Il racconto di Claude Delay rappresenta, dunque, un caso a sé nella lunga serie di libri dedicati a Chanel perché riproduce con fedeltà la «voce» stessa della creatrice di moda, le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, senza intenti celebrativi, ma con l’obiettivo di far conoscere una donna che fu eccezionale, ma anche infinitamente naturale. E’  anche una biografia per immagini: sono infatti una settantina le fotografie che costellano e accompagnano il racconto della vita della creatrice di moda più amata di tutti i tempi. L’autrice. Claude Delay è nata a Neuilly-sur-Seine nel 1934. È autrice di romanzi, opere teatrali e delle biografie della poetessa Marina Cvetaeva (nel 1998, Prix Anna de Noailles de l’Académie française) e dei fratelli Alberto e Diego Giacometti (nel 2008, Prix de l’Essay de l’Académie française e Prix Cazes-Brasserie Lipp). Dal libro. Chanel andava in Rue Cambon. Il giorno prima della sua morte era al lavoro. «Con cosa copri le spalle? Con niente. Toglietemi dagli occhi questo vestito». Manon le porta un completo: «L’ho assunta come apprendista vent’anni fa. Tutto questo rosa… Chi ti ha detto di scegliere la fodera? Non si fodera un vestito prima che cada come si deve!». Delle camicette che le vengono proposte sceglie quella in percalle perché non fa passare l’aria. E si lava senza problemi. «Non si può indossare una camicetta due volte, non esiste». Coco reclama il jersey: «L’ho inventato io, non me lo farò portare via sotto il naso… È un materiale che non si rovina. Non sopporto le scenate con le cameriere. Sono le principesse della nostra epoca. Se tornando a casa si può riporre il vestito sulla sua gruccia… Non deve rovinarsi: un’uniforme sporca è terribile. Un vestito non è un pezzo di stoffa, è un oggetto». Un oggetto. Si tratta proprio di un oggetto d’amore. È tornatosotto la lana, che non la soddisfa. «Sotto si deve vedere il corpo, altrimenti è persa nel suo tailleur. Dov’è la donna?». Sistemando la paglietta: «Non dovete calcarlo, il cappello serve solo a riparare gli occhi. E niente capelli. Raccoglieteli, che non si vedano: la testa dev’essere piccola. Appena si tirano i capelli, un viso diventa nobile». Gli abiti da sera la annoiano. «Non lavoriamo per un convento. Datemi del pizzo nero». Coco modella le gambe in un pantalone di pizzo sotto la mussola trasparente: «Non mi spingo oltre, quanto a indecenza…».Madame Raymonde le toglie il nastro con le forbici che porta intorno al collo. «Non mi piace la campagna», dice alle sue premières. «Mi piace mettermi per strada…». Ripartire… Come suo padre. Sarebbe morta l’indomani, di domenica, il giorno che odiava. Ero arrivata al Ritz all’una e la trovai alla coiffeuse intenta a truccarsi, con indosso i pantaloni del pigiama di seta bianca, la camicia color ribes, una reticella e un nastro fra i capelli. «Sai», mi dice, «oggi mi sarei disturbata ad andare in Rue Cambon, anche solo per due persone». E poi con aria assorta: «Non rinuncerò a fare quell’abito con il sellino come quelli che portava mia madre… Jeanne!», chiamando Céline, che era nella stanza da bagno. Si toglie il pigiama, infila le calze e mi dice che devono sempre avere il colore della pelle. Si guarda le gambe e torna alla coiffeuse per mettersi della crema e del talco, mostrandomi che prendono il sole nel punto in cui spuntano dalle pantofole di spugna bianca. Nella sua mansarda di lusso, Coco rifugge persino il sole che passa attraverso un vetro «Se tutte queste pulizie bisognasse farle per qualcun altro, allora neanche a pensarci. Le facciamo per noi». Si piazza davanti agli specchi e in quel momento mi sembra di percepire un richiamo del suo corpo, qualcosa di profondo, selvaggio, una sfida che riguardava ancora il desiderio. Quel qualcosa avrebbe esalato il suo ultimo respiro quella sera. Infila le lunghe mutande di seta bianca («Capisci, se ti si solleva un po’ la gonna»), e rifiuta il tailleur che le porge Céline («No, quell’altro». «Lo tenevo da parte per la collezione, Mademoiselle»). Coco prende il successivo, ce n’erano solo tre nell’armadio. «Era meglio questa camicetta beige, ma alla fin fine…».Si siede davanti alla coiffeuse e indossa il cappello («Così non seppellisce nulla, capisci»), poi si accorge che ha dimenticato di farsi le sopracciglia, allora toglie il cappello e si mette al lavoro davanti allo specchio da trucco. Vivace e incantevole, si alza dopo avere calato la paglietta sui capelli, infila le sue catene sotto la cintura, una in tasca, e si applica del pancake sulle mani e poi della cipria. «Chiama la carrozza», dice rivolta a Céline intendendo l’ascensore. Prende un bicchiere d’acqua zuccherata e un Nopirin. «Domani userò il servizio d’oro. Non è pretenzioso, la mia casa lo è così poco… Il solo inconveniente sono i coltelli che rigano. Userò questi piatti solo per il formaggio, che non ha bisogno di essere tagliato con chissà quale forza. Mi piace il colore dell’oro». Mangiamo al suo solito tavolo, quello in disparte, indipendente, lontano dagli odori. Il signor Ritz saluta. Coco ordina del prosciutto non salato per cominciare, una piccola entrecôte con patate bollite, del melone per dessert e il solito riesling ben ghiacciato. «Il lato romantico delle cose l’ho trovato nei libri. Perché scovarlo nella vita, sai…». Un caffè. Il ristorante si svuota. «Vanno tutti a Longchamp», mi assicura. Ci attardiamo, siamo le ultime. «Devi vivere la passione. Io me ne accorgo subito. Sarai un po’ nervosa, ma soddisfatta. Anche se dura solo quindici giorni. Perché a quel punto ti fermerò io. Me ne sono sempre andata…». Si infila il cappotto di pelliccia e i guanti beige lavabili, di quelli che arrivano al polso. La Cadillac risale gli Champs Élysées invasi da una folla triste e ci porta al luogo della «sua» passeggiata: il giro del campo da corsa nella bruma trafitta da un sole tardivo, accecante. «Detesto il tramonto, questa luce. Avrei dovuto portare gli occhiali scuri». Ridiscendiamo passando per il Trocadero. Coco si ricorda il musée de l’Homme, la fragilità dei nostri lineamenti, e batte i denti. «Sono bravissima a fare le castagnette. Batto i denti per la paura, sai…». In Place de la Concorde, tra le statue di pietra delle province, la vedo fare un saluto: «Saluto la luna». Era piena. «Toh, ho dimenticato di scommettere sui cavalli», mi dice pensosa. La lasciai sulla soglia del Ritz. «Domani mi troverai in Rue Cambon. Domani lavoro». Furono le sue ultime parole. La vidi sparire, nel suo piccolo cappotto di tweed foderato di kalgan, autentico e quotidiano quanto lei: spinse la porta girevole in vetro, identica a quella di tutti gli alberghi del mondo. Sarebbe morta quella domenica. L’ultimo avvertimento la sorprese sdraiata, mentre ordinava il menù della sera. Colta da malore, volle farsi la puntura, ma le sue mani tremanti non riuscivano a spezzare la fiala. Fu Céline a farlo. In seguito mi avrebbe raccontato che mai aveva visto Mademoiselle farsi l’iniezione con tanta violenza. Coco soffriva. «Vedi», disse a Céline, «è così che si muore». La sua lucidità l’aveva assistita. Sola .Libro Edizioni Lindau. Titolo originale Chanel solitaire Traduzione dal francese di Federica Giardini. Foto copyright.
Gli anniversari di Chanel. Lo scorso anno il 40° anniversario della scomparsa di Coco Chanel il prossimo 19 agosto, il 130° anniversario della nascita e Chanel verrà celebrata in tutto il mondo dopo i festeggiamenti dello scorso anno per il 90° anniversario del profumo Chanel N°5. A Parigi  è stata presentata la Collezione di Alta Gioielleria "1932", in occasione del 80° anniversario dei Bijoux de Diamants, la collezione presentata da Gabrielle Coco Chanel nel novembre 1932


 

 

 

 

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